Il cavallo di Troia. Atlante della bella menzogna è un libro sul cavallo di Troia, sulla guerra raccontata dal mito e sulla forza delle immagini capaci di apparire più vere dei fatti. Giovanni Lorusso ricostruisce lo stratagemma attribuito a Ulisse attraverso fonti antiche, archeologia, arte e una sequenza di immagini contemporanee.
Non è un semplice riassunto della guerra di Troia. È un atlante visivo e critico dedicato al cavallo di legno, ai guerrieri nascosti, a Laocoonte, Cassandra, Epeo e alla lunga trasformazione di un racconto in simbolo universale dell’inganno. Il volume appartiene alla linea Metamorfosi Visive di Varchi Books.
Il cavallo di Troia attraversa architettura, città, immagini e patrimonio culturale. Un cavallo entra nella storia come macchina d’inganno e ne esce trasformato in immagine universale. Il cavallo di Troia. Atlante della bella menzogna attraversa secoli di copie, reinvenzioni e metamorfosi visive per osservare come un oggetto mai visto con certezza sia diventato una delle forme più riconoscibili dell’immaginario occidentale. Un atlante visivo tra archeologia, arte, cinema, cultura popolare e immagini contemporanee. Nel volume GIOVANNI LORUSSO sviluppa il racconto a partire dalla materia e dalle immagini del proprio oggetto. Il libro fa parte della collana Metamorfosi visive di Varchi Books.
Il cavallo di Troia è una delle immagini più celebri della storia occidentale. Eppure nessuno può dire con certezza quale forma abbia avuto, se sia realmente esistito o quale oggetto si nasconda dietro il racconto tramandato dalle fonti antiche. La sua figura sembra familiare proprio perché, per secoli, abbiamo continuato a inventarla.
Da questa contraddizione nasce Il cavallo di Troia. Atlante della bella menzogna. Il volume non cerca la ricostruzione definitiva del cavallo e non propone una nuova soluzione archeologica. Osserva invece ciò che è accaduto all’immagine: il modo in cui pittori, incisori, illustratori, archeologi, scenografi, registi, pubblicitari e produttori di cultura visiva hanno dato un corpo sempre diverso a un oggetto rimasto senza forma certa.
Ogni epoca ha costruito il proprio cavallo. A volte è una macchina da guerra plausibile, altre una grande scultura, un animale di legno, un’architettura mobile, una presenza monumentale o un congegno quasi meccanico. Cambiano le proporzioni, i materiali immaginati, l’accesso dei guerrieri, il rapporto con le mura di Troia. Ciò che resta costante è la necessità di renderlo visibile.
L’atlante mette in relazione archeologia, arte, illustrazione, cinema e cultura popolare, seguendo le trasformazioni di una figura che si consolida attraverso la ripetizione. Le immagini non si limitano a raccontare la leggenda: finiscono per modificarne la memoria. Una forma vista molte volte acquista familiarità; la familiarità produce riconoscimento; il riconoscimento può essere scambiato per autenticità.
Il libro attraversa questo processo senza separare rigidamente cultura alta e cultura di massa. Un vaso antico, un dipinto, una tavola illustrata, una scenografia cinematografica o un’immagine contemporanea possono partecipare alla stessa lunga costruzione visiva. Accostati, mostrano non un unico cavallo, ma una genealogia di cavalli possibili.
Il cavallo di Troia. Atlante della bella menzogna è quindi un libro sulla forma di una leggenda, ma anche sul potere delle immagini. Su come ciò che non conosciamo possa diventare riconoscibile. Su come la copia, la variazione e la ripetizione riescano a dare consistenza a un’assenza fino a trasformarla in una delle immagini più persistenti dell’immaginario occidentale.

